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Proverbio del 6 maggio Con un orecchio ascolta, con l’altro ignora

Numero del giorno: 716.000.000 Valore export di armi dell’Italia nel IQ 2019 (-29% su IQ 2018)

Più carico che mai, il nostro Mister T. s’è esibito in una di quelle sue pose da bombarolo che gli riescono benissimo, nell’epoca di internet. E infatti si manifesta su twitter come uno spiritello pazzoide e dice cose abnormi con quella faccia un po’ così…

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Questo accadeva ieri sera, all’ora americana, per giunta di domenica. Questo spiega certe reazioni disdicevoli, quando stamattina l’Italia ha preso coscienza e, oltre al freddo polare a maggio, ha visto le borse cinesi perdere fra il 5 e il 7 cento.

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Sembrava che tutto filasse a meraviglia fra Mister T e i ragazzi dello zoo di Pechino. E invece era tutta una finta. Panico, orrore e raccapriccio, e per finire in bellezza anche la nostra borsetta caracolla e perde un 2 per cento secco a una cert’ora, che poi è più o meno la stessa in cui viene si viene a sapere che non paghi di aver terremotato le borse cinesi – ah la delegazione cinese ha fatto sapere che andrà negli Usa a trattare – gli emuli di Mister T hanno dato il via alla procedura per daziare l’Ue colpendo dove fa più male.

Proprio così. I bene informati ci fanno sapere che nel mitragliatore tuittero di Trump sono già pronti i prossimi colpi diretti non solo all’Ue, ma verso un settore che ci vede in prima linea il Europa: l’agroalimentare. Dopo Pechino, tocca al pecorino. Si salvi chi può.

A domani.

 

Alla scoperta del sistema pensionistico cinese

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Non si può dire di conoscere l’economia di un paese se non si ha una qualche infarinatura di quello che oggi è uno degli assi portanti dell’equilibrio della società che questa economia esprime, ossia il sistema pensionistico. Malgrado dati poco più di un secolo di esistenza, almeno come sistema pubblico, la previdenza ormai incorpora una delle voci di costo più rilevanti per le finanze degli stati, ma soprattutto rappresenta un asset economicamente e psicologicamente rilevante per le famiglie che trova nel rilevantissimo peso specifico dei fondi pensione internazionali sui mercati finanziari la sua contropartita.

A fronte di queste premessa, imparare a conoscere il sistema pensionistico cinese, anche per i numeri che esprime, diventa assolutamente interessante, oltre che utile, specie considerando l’importanza che i mercati dei capitali cinesi – tema che sarà oggetto di un approfondimento futuro – si preparano a interpretare nell’economia internazionale.

Il miglior modo per cominciare la nostra ricognizione sulla previdenza cinese è servirsi di un recente approfondimento pubblicato dal Nber (The Chinese pension system) , che ha il vantaggio di essere aggiornato e molto analitico, col che servendo bene allo scopo di delineare non solo la fisionomia ma anche le problematiche di questo sistema che è molto simile a quello dei suoi cugini occidentali ma ha anche diverse peculiarità.

In comune con i sistemi occidentali, ad esempio, c’è la circostanza che il sistema previdenziale cinese si articoli su più livelli. Il primo, di esclusiva pertinenza pubblica, serve ad assicurare una qualche forma pensionistica agli anziani cinesi e viene sussidiato dal governo. Il secondo è quello alimentato dai datori di lavoro che versano dei contributi che integrano quelli pubblici. Il terzo livello viene invece alimentato dai risparmi dei lavoratori con strumenti di tipo sostanzialmente assicurativo.

A far la differenza, rispetto ai sistemi occidentali, sono le cifre in gioco. Alla fine del 2017 lo schema pensionistico pubblico cinese contava oltre 915 milioni di partecipanti, che pesavano il 65,8% della popolazione, per una spesa corrispondente di 4.032 miliardi di yuan, il 5% del pil cinese. A fronte di questo sistema “universale” troviamo invece cifre assai meno importanti per gli altri livelli pensionistici. Le imprese che partecipano al secondo livello sono circa 80 mila, meno dello 0,5% del totale delle imprese cinesi, per un totale di 23,3 milioni di lavoratori interessati da schemi pensionistici. Il terzo livello, poi, viene definito “ancora allo stato infantile”.

A fronte di questa situazione generale, che andremo ad approfondire, ci sono alcune conclusioni che possiamo già anticipare a conferma di quanto la Cina partecipi ai tormenti dell’economia internazionale. Proprio come i paesi più sviluppati, e malgrado la spesa tutto sommato ancora limitata del paese per la previdenza, Pechino dovrà vedersela con problemi assai complicati nel futuro più prossimo. Il rapido invecchiamento della popolazione, innanzitutto.  “La quota degli over65 sul totale della popolazione raddoppierà entro il 2030 rispetto al livello del 2010, scrivono gli economisti del Nber, e “nel frattempo, il sistema attuale sta mantenendo a malapena il proprio equilibrio finanziario con l’aiuto di sussidi governativi”. Al momento lo stato cinese sussidia con circa 800 miliardi di yuan l’anno (l’1% del pil) il sistema pensionistico ed è probabile “si registri un aumento drammatico in mancanza di riforme”. Anche la Cina, insomma, dovrà riformare le sue pensioni. Col che possiamo solo rivolgerle un cordiale saluto di benvenuto.

(1/segue)

 

Cartolina: La crescita persistente del debito italiano


Leggo vagamente preoccupato Bankitalia sottolineare come “l’aumento dei tassi all’emissione osservato dal
maggio dello scorso anno non si è ancora riflesso in un aumento dell’onere medio del debito pubblico”. E capisco che il futuro del debito italiano, in tempi in cui si ipotizzano crescite dello 0,2 per cento, dopo aver vaticinato improbabili boom in arrivo, è quello di una crescente persistenza. Nulla che la storia non ci abbia già insegnato. Negli ultimi quindici anni se ne contano appena un paio nei quali l’andamento del debito fosse visibilmente declinante e le varie curve che ne disegnano i destini lasciano poche speranze pure agli osservatori distratti. Sempre Bankitalia ricorda che ad aprile scorso il governo ha aumentato le stime dell’indebitamento netto da 2% al 2,4% del pil mentre il rapporto debito/pil arriverebbe al 132,6 per cento malgrado privatizzazioni (assai presunte) per l’1 per cento del prodotto. Il governo promette che il debito calerà entro  il 2022. Ma per allora l’avremo dimenticato tutti.